10 aprile 2020

Sticazzi


Nel momento in cui il mondo intero si ferma, questo immobilismo, questo vuoto di attività, purtroppo porta a pensare.
Non sono un catastrofista, il mondo, come ci ha sempre insegnato la storia, si rialzerà, forse anche più forte di prima.
Non mi interessa ciò che succederà nel mondo, né del mio futuro lavorativo. Mi preoccupa il significato più ampio della mia vita, il suo scopo. Dopo anni meravigliosi, altri curiosi, altri dolorosi ma intensi, e comunque positivi; dopo anni divertenti, pieni di attività e viaggi, anni di scoperta e di rapporti umani. Ora sento il vuoto, vedo il baratro davanti a me. Mi sento arrivato come se non avessi più niente da chiedere alla vita. Credo a tutto e poco dopo al contrario di tutto, perciò credo di non credere. In niente.
Dissolto così, in una quarantena forzata. Ho paura di non uscire di qui più forte di prima, come il mondo. A volte vedo come un’ancora di salvezza la via dell’hikikomori (ed ecco ancora una volta venir fuori il Giappone) o quella dell’eunuco. Perché, ormai lo so, quando mi trovo davanti a una difficoltà io preferisco fuggire, o la via dello struzzo, piuttosto che affrontarla.
Si, sicuramente il fatto di essere rinchiuso a casa da un mese non aiuta, e non aiuta neanche essere uscito da una storia di veleno di 4 anni, dove dopo essermi trovato vicino allo scopo finale della vita adulta, la famiglia, mi ritrovo invece solo e con un brutto complesso che inibirà certamente rapporti futuri. Era vero che è meglio star soli che esser male accompagnati; la compagnia velenosa ti corrode lentamente e ti fa dubitare quando dubbi non ce ne sono, quando va tutto bene.
Quando le cose vanno male la difesa è lo “sti cazzi”, emblema del cinismo. Sti cazzi l’amore, sti cazzi il lavoro, sti cazzi lo sport, diventa tutto grigio, indistinguibile. E si sente in lontananza l’eco di una ragazza e di una vita che non c’è più. Eppure io vorrei rivederli quei colori, riprovare quei sentimenti, ma alla prima difficoltà non ho più le forze né la voglia. Non ho più spirito combattivo e finisco per accontentarmi a suon di sticazzi.
Ci son momenti che non ho voglia di parlare con nessuno perché mi annoiano tutti. Discorsi fatti centinaia di volte, aneddoti vecchi di dieci anni perché si, è da allora che non viviamo veramente.
E’ come se l’età adulta avesse reso tutto così noioso e ripetitivo, pochi nuovi stimoli, rapporti tra amici che inesorabilmente vanno spegnendosi, in maniera incomprensibile tra l’altro! Una famiglia non impedisce un’amicizia.
O voi tutti che siete parte dei pazzeschi capitoli della mia vita, nelle tante parti del mondo in cui vi trovate, non abbiamo proprio più niente da condividere?
Tutta questa noia ed apatia si ribalta anche su come vedo me stesso. Mi sento noioso ed ho dubbi su quello che posso trasmettere a chi mi circonda.
Dopo Roma città eterna e Roma città aperta, Roma città vuota.
E’ che poi, quando mi trovo a “Joe?” con le persone, con quelle che han “Joe mi senti?” il mio passato, sento sempre come se mancasse qualcosa, come se bramassi maggiore condivisione, “Joe stai bene?” senza successo.
Joe riaprì gli occhi, molto lentamente. Il viso di Juanita lo scrutava preoccupato. Era riverso in terra, arrotolato nel tappeto persiano acquistato in quel delizioso villaggio nel deserto settentrionale.
“Joe sono venti minuti che ti chiamo e che sei incosciente. Cosa ti è successo!”.
“Nah, niente, è stato solo un brutto sogno. Penso di aver esagerato con l’erba ieri sera. Devo aver fatto un mezzo trip. Lasciami in pace, per favore.”
“Mi dispiace, ma non posso. Ti vuole vedere il Signor Iupiter. Devo portarti subito da lui.”